Uno studio del WWF Veneto ( http://www.wwf.it/Lazio/documenti/pag_rifiuti_inceneritori5.asp ) ha stabilito che l’energia risparmiata con il riciclaggio è di gran lunga superiore a quella recuperata da un inceneritore. Allora perché si continua a pontificare su questi meravigliosi impianti, chiamati termovalorizzatori come se fossero completamente differenti dagli inceneritori?
Risposta: marketing. La parola inceneritore ricorda diossina, ricorda Seveso, ricorda morti di cancro, malattie respiratorie, inquinamento di campi e di bestiame. Nessuno vuole un inceneritore. Allora venne il colpo di genio all’ASM Brescia, la multiutility che viene presa a modello in tutta Italia per la costruzione degli inceneritori. Disse un ingegnere: «chiamiamoli termoutilizzatori, così la gente penserà che siano una cosa diversa». E così si fece.
In seguito si adottò il termine ancora più ingannevole di termovalorizzatore.
Da tenere presente che questo vocabolo non esiste in nessun altra lingua europea (e forse del mondo): viene usata soltanto dai promotori degli inceneritori (costruttori e amministratori loro amici); nella normativa italiana e in quella europea non esiste, esiste il termine inceneritore a recupero energetico o impianto di incenerimento.
Proprio la direttiva 2000/76 definisce cosa si intende per impianto di incenerimento: tutte le strutture che fanno parte di un’area che ha lo scopo ultimo di smaltire i rifiuti per incenerimento (art. 3 comma 4 dir. 2000/76/CE).
A Parma sono doppiamente scorretti perché, oltre a chiamarlo termovalorizzatore, lo chiamano anche PAI, ossia Polo Ambientale Integrato, in un atto pubblico come la delibera comunale del 31 marzo 2006: è la dura legge del marketing.